domenica 3 marzo 2013

Ci sono modi peggiori per trascorrere una serata



Si dice che il silenzio è d'oro, ma io ho sempre pensato che fosse più vicino alla tonalità dell’argento. L'oro è troppo morbido e saturo, sempre espressione ostentata di quel qualcosa che simboleggia, per sua natura mai sommesso. L’argento ha la stessa natura del silenzio, sempre gravido in un modo o nell'altro, ricolmo di pensieri e voci inespresse, tenue e freddo il colore, un composto di scale di grigi infinito.
Provo a mettermi un bavaglio, una spilla d’argento che chiuda la mia bocca, come una misura preventiva per evitare un discorso che posso sentire ma non ascoltare, per attutire i suoni e privare l’orecchio di parole che non arriverebbero dove dovrebbero essere: nella testa; come se i pensieri che esprimo a voce alta non siano degni dell’aria che occupano e l’inquinamento acustico inutile; mi specchio con il bavaglio. Senza una voce per dare aria ai miei pensieri, mi riempio di loro, anche i pori ne sono pieni, fino a che non fermentano e fomentano e diventano ampi e intimi. Fino a quando divengo il pensiero stesso e circondata da un silenzio d’argento, con niente altro che il sussurro bianco delle mie parole, il chiarore di una fantasia si sviluppa. È morbida e soave. Sono pronta, la penna scivola veloce sulla carta, ho trovato il modo di esprimere il mio silenzio e i miei pensieri.

Guarda dove metti i piedi (Biianca Neve)



Dovevo andare a far la spesa e son finita in biblioteca. Estasiata dal profumo della carta, inebriata dall’odore delle parole, passai oltre lo scaffale delle fiabe e cozzai su un gradino stramazzando al suolo. Alzai gli occhi e vidi Cenerentola che senza una scarpina si stava facendo ciucciare il piede da un nano, mentre un altro le stava sotto la gonna e dal rumore che faceva, la stava sicuramente lappando. Cappuccetto rosso a culo nudo si faceva frustare dalla nonna, mentre il cacciatore la prendeva da dietro. Peter pan e Wendy erano impegnati in un sessantanove. Cenerentola in un atto di ingordigia, chiamò il principe azzurro che si stava deliziando in autoerotismo e gli chiese di renderla partecipe. “Eh no, mia cara. Te sei fregata due dei miei nani, Il principe me lo faccio io!”
“Signora… sta bene? Non sono un principe, ma se serve una mano…”

sabato 2 marzo 2013

Dicotomia




Venerdì. Finalmente un’altra settimana si era conclusa. Appena fu fuori dall’ufficio, allentò il nodo della cravatta e se ne liberò. Il portiere gli aveva già parcheggiato l’auto sul vialetto dell’azienda che dirigeva e lo attendeva con le chiavi in mano.
“Buona serata, Presidente. Ho fatto pulire l’auto come mi ha ordinato.” Parole coronate da un inchino dell’uomo, sempre molto educato e al suo posto. Riccardo scambiò le chiavi con una lauta mancia e saltò sull’auto.
A casa, la prima cosa del venerdì era una doccia, ed era come un rito. Entrava nel box e apriva l’acqua, senza prima farla scaldare. La prima esplosione faceva sempre un po’ male, il contrasto era violento: acqua gelida e piatto freddo sotto i piedi, poi il tepore fino ad arrivare a temperature bollenti. Faceva parte del rituale, il sibilo dell’acqua e il rantolo basso che eruttava dalla sua bocca, quando il calore diventava insopportabile e spingeva contro la pelle come una miriade di aghi. Una sensazione familiare per un processo familiare, ed era in momenti come questi che si sentiva folle, quasi rasentare la schizofrenia, ma le sensazioni che provava erano di pulizia assoluta. Forse pulizia da quella vita che non si era scelto,  obbligato a mettersi alla guida dell’azienda di famiglia quando suo padre venne a mancare. Poteva sentire letteralmente spostarsi la propria personalità, abbandonare comportamenti che non sentiva suoi, quelli di tutti i giorni, e si trasformava. Due personalità completamente opposte. Il Presidente dedito al comando, sempre in posizione dominante e dal venerdì alla domenica sera…
L’acqua sul viso, sul petto e sulle gambe, sempre bollente. Poi sul capo, in rivoli quasi purificatori. Sapeva che da li a un’ora sarebbe stato perfetto, essendo esattamente chi voleva essere. Ancora un urlo liberatorio e l’ufficio  fu in un angolo della mente, voleva sfuggire alla monotonia del lavoro, l’acqua ancora bollente, ma ora si sentiva pulito, giusto. Il calore eliminava via l’ultima essenza dell’altro e si fondeva per essere nuovamente ricostruito. Una mano in su, contro il muro, inclinato, con la testa in avanti e il flusso deviato sulla schiena.  Lottò ancora qualche istante contro l’uomo dominante e potente, poi chiuse il getto della doccia. Rimase qualche secondo eretto e fiero, godendosi i caldi vapori del bagno prima di affrontare il freddo del corridoio che lo portava alla sua camera. La testa e i pensieri rivolti verso quella donna che lo attendeva. Due giorni di assoluta dominazione e obbedienza, ma non sarebbe stato lui a comandare. Non sentiva venir meno il rispetto verso la sua persona. Godeva nel sentirsi amato da quella donna e ricambiava il suo amore piegandosi, inchinandosi alle sue voglie e capricci, adorandola come lei chiedeva e ordinava.
Era una fuga, piuttosto che una routine. Una fuga da tutte quelle persone che lo rispettavano per i suoi modi e per il suo potere.  Riccardo aveva trovato il suo personale equilibrio sdoppiandosi. Il venerdì attuava la separazione e mentre uno esauriva il suo potere, l’altro si ricaricava e guadagnava forza. Un compromesso con se stesso per nascondere la sua vera natura che nel mondo “normale” nessuno avrebbe approvato, come se una posizione professionale dominante doveva essere la stessa anche sessualmente.


giovedì 28 febbraio 2013


Buffi gli interruttori dei pensieri, spesso non funzionano e godono di una vita tutta loro. Impertinenti. Pensi di essere chi li comanda, gli interruttori, invece sei solo il loro oscuro schiavo, portatore insano di condensati di parole e idee e confusione e tutto il resto. E tutto il resto sono i sapori pur essendo inodori: piccanti, dolci, salati, sapidi e assapori, ti inganni, ti sazi, ti colmi. Alla fine li vomiti tutti i pensieri, indigesti condensati di una relazione instabile con un click.

lunedì 11 febbraio 2013

Nessun timore

Nessun timore

Non temo la tempesta,
ne apprezzo la vista e il suono.
I lampi mi illuminano,
il tuono fa rotolare il mio cuore,
il ruggito del vento mi scompiglia i capelli,
la pioggia mi disseta.
E' il suono dell'universo,
e di tutta la sua orchestrale gloria.
Il silenzio è inquietante,
il silenzio è assordante,
urla nella mia testa,
il mio cuore si ferma,
il mio respiro rallenta.
Dammi la cacofonia,
porgimi il caos,
regalami l'urlo del cielo.
Almeno so
che tutto vive,
che è tutto come dovrebbe essere,
come è stato concepito per essere.
La realtà non dovrebbe mai rimanere in silenzio.
La vita non deve mai essere messa in dubbio.
E se prima adoravo i silenzi,
oggi voglio il rumore!

venerdì 8 febbraio 2013

Dieci


Dieci, sono arrivata alla vittima numero dieci. Lui aprì gli occhi, lessi un barlume di sfida, lo sguardo ironico e una smorfia in bocca, improvvisamente smorzati quando comprese di essere legato.  Leccai il suo viso imperlato da sottili gocce di sudore,  imprimere sulle labbra il gusto della paura era divenuta una costante.  “Lo specchio è li…” dissi tirandolo per i capelli, obbligato a guardarsi. “Scegli tu, vuoi vedere come si soffre o…” Perse completamente la sua spavalderia, piagnucolò pregandomi di non fargli male. Un ghigno mi attraversò le labbra, lo imbavagliai. Costretto a guardarsi, non lo bendai, infilai lo strap-on nel suo pertugio in un sol colpo e accompagnai i successivi urlandogli: “Nadia…” Accanto a lui la mia firma: “La Fustigatrice di culi pelosi  non perdona.”

L'ultima elucubrazione della sera

Ah, ecco, si, mi ero dimenticata. A un certo punto della vita, ti rendi conto che non te ne frega ‘na mazzabubù il dover giustificare o spiegare cosa fai e cosa non fai. Le idee e i gesti sono miei e nessuno ha il diritto di chiedere spiegazioni. Ognuno di noi, nell’arco di tempo della nostra esistenza, merdosa o buona che sia, fa ciò che credo e quello che più gli aggrada. Non esiste il giusto, come non esiste lo sbagliato, è semplice e naturale. La rabbia e l’impotenza, il rancore e l’odio non fa affatto bene, e il trascorrere gran parte della giornata in questa maniera corrode, ti fa mancare il respiro, pensi che tutti gli altri ti guardano e ti additano come persona sbagliata e da allontanare. Non è vero un cazzo. Questa gente gode nel vederti ombrosa e negativa e allora… fanculo! Non sono ne migliore ne peggiore di tanti altri (ho un tantino l’ego smisurato, questo si, ma oramai son così, sopportatemi, non do fastidio a nessuno, rompo le palle solo a me stessa :D), tento di vivere al meglio delle mie possibilità, non mi creo aspettative, la felicità sta nelle piccole cose (il sorriso di mia figlia è una di quelle) ed è abbastanza. Mi danno noia le persone che cercano l’originalità a tutti costi, l’essere superiori agli altri e lo sottolineano ogni volta rendendoti un moscerino da schiacciare e spremere sui muri. La normalità non è detto che sia sempre accontentarsi o adagiarsi sulla monotonia della giornata (per esempio andare a prendere il pane tutti i giorni, serve pure quello, la bocca e lo stomaco mamma me l’ha fatta), se poi per fare tutto devo prendere l’auto, perché si sa, nel mio paese non c’è un cazzo, giuro che da domani in poi prendo la bicicletta, almeno, tu cretino, hai qualcosa da raccontare di nuovo e penso che per il tuo benessere psicologico potrei anche correre il rischio. Ho un mondo tutto mio, fatto di belle cose e anche di brutte, fatto di noia e anche di gioia, sono autonoma e indipendente, non devo dar conto a nessuno di ciò che faccio e di quello che mi piace e se voglio indossare una maschera, è un mio cazzo di diritto e se voglio invece toglierla è un mio cazzo di diritto lo stesso. Ohhhhh, ritrovo, inaspettata, nel mezzo del cammin della mia vita, la spontaneità. Tante cose ho da raccontarvi ancora, decidete voi, adesso, il vostro ruolo: spettatori silenti, comparse dormienti, attori, primedonne… tutti troveranno il loro posto, un’unica platea, solo posti in prima fila.